Mi trovo spesso indeciso nell'usare o meno il dialogo nella narrazione.
Certo, è di grande importanza, scandisce la musicalità del testo e da corpo e congruenza al tutto, ma…
Sfortunatamente c’è un ma.
Mi trovo relegato all’uso di dialoghi sin troppo formali e molto vicini al paradosso se confrontati con il parlare reale.
Se mai si volesse usare un dialogo realistico, quasi da strada, – un parlato corrente per intenderci – ne verrebbe a cadere la “musicalità” della prosa.
Faccio un esempio banalissimo tratto da sceneggiature che vanno quasi al paradosso:
i dialoghi della serie TV “Dawson's Creek”
non ho mai sentito parlare un ragazzo reale, in carne ed ossa e brufoli, che va dai 15 ai 17 anni, come un nobile del XVIII secolo; di solito nei discorsi tra coetanei si tende ad articolare dialoghi a “grugniti” per intenderci…
Forse non riesco a farvi capire ciò che “sento” parlando di questo argomento, ma eseguendo esercizi di stile e provando a scrivere lo stesso evento con e senza dialoghi, a volte; non saprei realmente quali dei due preferire.
Ovvero come farle interagire con coerenza senza che il discorso indiretto vada a cadere nella terza persona onnisciente dei romanzi ottocenteschi, per l’appunto.
Edited by AngusdeLete - 11/7/2009, 18:42Vedi la luce in fondo al tunnel?
spostati ... è un Tir