Theo Salieri non avrebbe dimenticato facilmente quel giorno, la vita come lui la conosceva non esisteva più; niente più discoteche e vacanze sulla neve, basta coi fine settimana a Montecarlo, non avrebbe più brindato a champagne sullo yacht di famiglia con due o tre ragazzette sbronze in bikini. Adesso tutto il mondo, per quello che ne sapeva ( e gli importava ) era stato assunto come comparsa in un mediocre B-movie sugli zombi, col ruolo della comparsa che muore nei titoli di testa. Erano arrivati all’improvviso, marci, puzzolenti e inesorabili: troppi perché si potesse sperare di sopraffarli. Non sapeva neppure dire quante volte avesse rischiato di finire sbranato da quei cosi, ed era sicuro che quello che aveva visto lo avrebbe perseguitato per tutte le notti della sua vita; non avrebbe mai detto che dentro un corpo ci potesse essere tanto sangue. No, Theo non avrebbe dimenticato quel giorno, ma mica soltanto per questo.
Quello era il giorno in cui aveva scoperto qualcosa per la prima volta: una pista di coca al confronto era paragonabile ad un giro sull’autoscontro.
La giornata era partita davvero male, sembrava che un’entità superiore avesse deciso di divertirsi con lui. Da quando suo padre aveva ottenuto l’appalto per la costruzione del centro commerciale, le cose sembrarono mettersi bene per i suoi, i soldi facevano a gara per finire nel tascone del papone, che per la contentezza rischiò di farsi venire un infarto ( e vista la fine che ha fatto sarebbe stato meglio, ah-ah ). Se avessero perso l’appalto sarebbe stato un guaio, le voci di bancarotta della loro società si sarebbero amplificate, e uscire da quel pantano rischiava di diventare problematico. Ma per fortuna la boccata d’ossigeno era arrivata, e a casa Salieri il sorriso a 82 denti era ormai il leit-motiv. Theo aveva deciso che valeva la pena festeggiare coi suoi amici, discoteca fino a tardi, come quando andava a scuola, con la sola differenza che adesso beccava molto di più. Purtroppo quella sera però gli sembrò di tornare adolescente, perché non trovò nessuna che ci stesse, una specie di maledizione: passandosi la mano sulla faccia per scacciare l’antiestetico sudore, gli sembrò perfino di sentirsi spuntare quei brufolazzi che lo avevano tormentato al liceo. Non gli andava di concludere la serata con qualche nigeriana, o rumena, o daqualunquecazzodipaesevengano, lui non paga per scopare e comunque, se proprio si deve, con le nazionali, come le sigarette. La serata sembrava doversi concludere con un fiasco, quando incontrò Rosa, la figlia del maresciallo Ghezzi. Era con gli altri in coda per un cappuccino con cornetto al bar sport dopo la disco, e lei gli sorrideva, in mezzo a tutti i suoi compagni di classe sfigati. Certo, lui era abituato ad altri standard, ma quella sera era meglio non essere schizzinosi. Venne fuori una scopata coi fiocchi, la ragazzina dormiva al suo fianco, completamente appagata; sì, era sempre un grande. Tutto andava nel migliore dei modi, l’unico problema nei giorni seguenti era stato come scaricare Rosa, che sembrava volere attaccarsi a lui come una cozza allo scoglio. Il problema era che la ragazza era figlia del maresciallo, una persona importante e benvoluta in paese, doveva andarci cauto. Si era baloccato qualche settimana per trovare una soluzione plausibile, che non creasse eccessivi contrasti con la famiglia. I giorni passarono così, giocò a fare il fidanzatino, divertendosi anche, fino ad arrivare a QUEL giorno. Poche ore prima che si scatenasse l’inferno, gli era arrivata la chiamata di Rosa; il primo istinto era stato di chiudere la chiamata, ma alla fine aveva risposto.
“Theo? Ciao sono io.”
“Ciao bella, come va?”
“Potresti venire a casa mia? Ci vediamo davanti al Black Horse. Ti prego, è molto importante!”
Avrebbe voluto dirle che non poteva, ma qualcosa nella sua voce non gli era piaciuto, e non se lo aspettava; aveva detto sì soprappensiero. Era preoccupata per qualcosa, che sospettasse l’imminente scaricamento? Doveva assicurarsene, e nel caso, correre ai ripari. Se il suo vecchio avesse ricevuto una telefonata dal maresciallo sul suo conto era fottuto, letteralmente. Suo padre avrebbe assoldato due negroni che lo avrebbero rifatto nuovo nuovo, se silurava la ditta di famiglia così: come si dice, occhio per occhio, occhio al quadrato.
La trovò davanti al pub, ancora chiuso, che passeggiava nervosamente, dentro i suoi levis a vita bassa. Parcheggiò il suo new beetle cabrio, e la salutò come nulla fosse, ma lei lo prese per un braccio e sedettero in macchina; pretese anche che chiudesse la capote.
Brutto segno, si disse.
“Allora, cos’è successo? Mi fai preocc…”
“Sono incinta.”
Theo si rese improvvisamente conto che aveva una palla di piombo gelido piazzata nello stomaco.
“C…come?”
“Sono incinta. Il dottore me l’ha detto poco fa.”
“Chi?”
“Colussi. Non so cosa fare, Theo. Ho solo 17 anni, che devo fare?!?”
Già si vedeva al matrimonio, in posa per la foto, incatenato per tutta la vita, a quella stronza in bianco con un accenno di pancia e i loro vecchi a fare da sfondo. E lui odiava le foto di gruppo.
“…e io odio le foto di gruppo.”
“Che hai detto?”
“Nulla. Devi abortire.”
“Che?”
“Devi abortire, cos’è, troppo complicato da capire? Non mi accollerò questa grana.”
“Non voglio abortire! Sei pazzo, è nostro figlio!”
“NON DIRLO MAI PIU’!!!”
Lei si ritrasse sorpresa per la reazione, e lui si rese conto di avere gridato.
“Rosa, mio padre ha già fissato le mie nozze, con Elena Mandaglio, la figlia del cardiologo; la sua famiglia è ricca sfondata, e con queste nozze chiuderemo definitivamente le voci sulla bancarotta della società di mio padre. Un figlio ora è fuori discussione, mi spiace. Devi abortire”
In fondo alla strada si cominciava a vedere un sacco di gente per la strada, ma non ci avevano fatto caso, presi dalla discussione.
“Ah, è così?!? E di me non te ne frega niente? Io ti amo!!! Cosa dovrei fare mentre tu ti sposi, eh?”
“Lo pago io il dottore, non ti preoccupare, nessuno saprà niente.”
Grosse lacrime di rabbia presero a scendere giù dal volto di Rosa: in effetti Theo non era stato troppo delicato, ma anche se si sforzava di rimanere freddo, era nel panico. Voleva solo uscire da quella situazione prima possibile.
“Sono sicura che lo pagherai tu! Se si venisse a sapere di questo bambino saresti fottuto!!! Tu e la tua famiglia di merda!!! Bene, allora sappi che ho intenzione di tenerlo, TUO figlio, e te lo porterò come testimone alle TUE nozze, spregevole bastardo!!!”
Rosa fece per uscire dalla macchina, rossa in volto e con gli occhi liquidi di pianto, quando si sentì il primo urlo. Qualcosa di inumano, terrificante; non poteva essere un uomo a gridare così.
Invece era proprio un uomo, Mario, il vecchio partigiano che abitava sopra il pub e protestava sempre per tutti quei ragazzotti che mentre si ubriacavano, si divertivano a spaventare i suoi gatti.
Due di quei cosi gli avevano strappato un braccio e se lo stavano disputando.
“Oddio!”
Fu l’unica cosa che uscì dalla bocca di Rosa, mentre allontanava la mano dalla maniglia della portiera; zombi, questo passò per la sua mente di adolescente, strapiena di film con quei mostri, ma non osava pronunciare quella parola, aveva paura che se l’avesse detta sarebbe impazzita. La strada era piena di quei cosi, i ragazzi se ne resero conto solo in quel momento, e non sapevano che fare; altre grida arrivavano ora da tutte le parti, grida di dolore e morte. Theo aspettava da un momento all’altro il grido isterico di Rosa, ma fu lui a urlare quando uno di quei mostri colpì il vetro della macchina mugolando: istintivamente mise in moto e partì, ma per evitare due signore che stavano marcendo a vista d’occhio incartò la macchina sul palo della luce. Non si fecero nulla, ma la macchina non partiva più. Uno zombi spaccò il vetro lato guidatore, cercando la camicia di Theo.
“No! Cazzo, no!!! Esci su muoviti!”
Uscirono dalla macchina, spingendo qua e là i cosi più vicini, ma non sarebbero durati molto, se non fossero entrati in qualche casa. La gente dalle loro case gridava e piangeva.
“Vieni, a casa mia!”
Corsero come dannati, schivando zombi come fossero bandierine di uno slalom, fino ad arrivare al portone. Non riuscirono a chiuderselo alle spalle, erano in troppi a spingere dall’altra parte. Mentre salivano le scale una mano fredda e scarna afferrò Rosa per la caviglia, facendola cadere.
“Theo!!! Aiuto!!!”
Lui si voltò, e tirò un calcio a quella vecchia laida e sporca che la tratteneva, ma non ottenne risultati: prese a tempestarla di calci, ma quella non mollava. Un’altra mano afferrò lui alla gamba, facendolo cadere dolorosamente sul sedere, mentre un’orda di zombi sembrava volerli risucchiare in fondo alla rampa, Rosa gridò: era finita.
Poi la testa della vecchia esplose, come un brutto fuoco d’artificio, subito seguita dai due zombi più vicini, e all’improvviso furono liberi, Pietro Ghezzi era in cima alla rampa, in pantaloni di pigiama e canottiera, ma ugualmente temibile, con i suoi due metri di statura e la pistola ancora fumante in mano.
“Rosa sbrigati, salite!”
I due non se lo fecero ripetere, rialzandosi e correndo al sicuro, mentre sentivano altri colpi ridurre al silenzio quell’orda putrescente. Il maresciallo, anche se non più giovane era ancora risoluto, e non perdeva la calma facilmente: chiuse la porta e la sprangò, sbuffando. Poi corse da sua figlia per controllare che non fosse ferita.
“Dio ti ringrazio, stai bene! Theo, tu stai bene?”
“Sì grazie, le devo la vita.”
“Cazzate.”
“Papà, come facevi a sapere che bisogna colpirli in testa?”
“Non lo sapevo. Al poligono però miro sempre alla testa; tu invece che ne sai di come si ammazzano?”
“Che ne so, in tutti i film li ammazzano così…”
Disse lei, arrossendo come una mammola. Trasalirono tutti quando cominciarono a battere sulla porta.
“Cosa sono? Puzzano come carogne.”
“Credo che siano qualcosa del genere; dobbiamo chiamare aiuto maresciallo.”
“La linea è intasata, non se ne parla. Magari coi cellulari.”
Purtroppo anche i cellulari non riuscivano a prendere la linea, di sicuro tutto il paese era attaccato al telefono.
“Cazzo, giusto oggi che sono qui fermo in malattia!!!”
Poi si rese conto che stando a casa aveva salvato la figlia e si morse la lingua.
Si fotta il paese, pensò. Guardò la porta, che sussultava ad ogni colpo. Quanto avrebbe resistito? Diede la pistola a Theo.
“In camera ho delle altre munizioni, vado a prenderle: Theo, tu aiuta Rosa a scavalcare il balcone, se passiamo su quello del dottor Parisi saremo salvi. Se entrano mentre sono di là, mira con tutte e due le mani alla testa e spara, e attento al rinculo. Theo guardò quel pezzo di ferro come un cane guarderebbe una scacchiera, poi se la mise alla cintura, registrando il calore della canna, che aveva cantato da poco. Quel calore lo rassicurava, decise, poi andò fuori sul balcone con Rosa. Stavano al secondo piano e sotto c’era un discreto viavai di gente, tutta morta da tempo, anche il signor Mario si era unito alla combriccola pur con un braccio solo.
“Dio mio, è come nei film, quelli morsi si rialzano!”
Rosa guardava giù mentre si accingeva a scavalcare, ed era sconvolta.
“Theo, se mi mordono sparami, ti prego!”
“Stai tranquilla: e mi raccomando, lo stesso vale per me, ok? Non immagino niente di peggio.”
Pietro Ghezzi stava tornando con una scatola di cartone dentro cui ci dovevano essere delle munizioni, quando la porta crollò, e gli zombi gli furono subito sopra, facendolo cadere. I due caricatori della beretta 92 FS scivolarono fuori dalla scatola, fermandosi vicino al balcone. Theo tornò dentro di corsa, accompagnato dalle grida di Rosa: vide la montagna di cadaveri semoventi quasi sommergere l’omone come una disgustosa e sacrilega orgia, e cominciò a sparare, come lui gli aveva insegnato. Quattro caddero immobili, e il maresciallo riuscì così a divincolarsi, prendere il vecchio posacenere di pietra sul tavolo, e spaccare il cranio al più tenace di quei cosi, mentre Theo sparava ancora. Alla fine li ammazzarono tutti, almeno una dozzina, di cui tre uccisi dal vecchio Ghezzi, disarmato. Sarebbe stato un elemento prezioso, se non fosse stato morso più volte. Sanguinava molto, e qualche minuto dopo si accasciò, tra le grida di sua figlia.
“Papà!! Non mi lasciare ti prego, resta con me!!”
“Non mi toccare, potresti…contagiarti. È vero che chi viene morso diventa come loro? Come i… Vampiri?”
Theo annuì, senza dire nulla: sapeva che avrebbe dovuto sparargli, e stava ancora lì a parlare, con una calma olimpica. Lui ne sarebbe stato capace?
“No, non è così grave! Sistemeremo tutto, adesso puliamo le ferite e vedrai che…”
Pietro Ghezzi era morto, ma sua figlia continuava a parlare al cadavere.
“Rosa, è morto. Basta così, alzati.”
“NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!! Papaàààà!!!”
Le concesse qualche altro minuto a singhiozzare sul corpo del padre, poi la tirò via a forza, era pericoloso. Sparò, e il colpo rimbombò nel silenzio, facendo sussultare la ragazza, in lacrime.
“Andiamo.”
Le disse lui, dirigendosi verso il balcone per raccogliere i caricatori caduti al vecchio. Rosa lo seguì, portandosi sulla ringhierà per scavalcare e passare dall’altro lato; Theo fece per dirle che non c’era più bisogno di scavalcare, la porta era libera, quando la ragazza scivolò e cadde tra i due balconi, aggrappandosi con una mano al cornicione della balconata. Lui schizzò per prenderla ma non ce la fece, afferrando l’aria. Rosa gridò, piena di lacrime e terrore.
“Theo! Tirami su ti prego aiutami, tirami su tirami su tirami su!!!!”
“Aspetta non ci arrivo, prendo qualcosa!”
Fece due passi dentro casa, poi rallentò, fino a fermarsi. Tornò lentamente sui suoi passi, sporgendosi dalla ringhiera. Rosa lo guardò stupita, in preda alla frenesia.
“Che fai?!? Aiutami!”
“Non ho trovato nulla per prenderti.”
“Sporgiti, maledetto, dammi una mano!!!”
“No.”
Theo le mostrò il posacenere di pietra, lordo di sangue, prima di tirarglielo addosso. La ragazza, colpita, gridò cadendo, un lungo grido di terrore. Il rumore che fece atterrando fu spiacevole, sbagliato. Si era di sicuro rotta qualcosa, ma era viva. Era viva quando gli zombi la circondarono, ed era viva quando le loro mani la presero. I suoi occhi, aperti fino all’ultimo, sembrarono chiedergli perché.
“Perché sono uno spregevole bastardo.”
Disse al groviglio umano due piani più giù. Theo Salieri quel giorno aveva ucciso, per mantenere il buon nome della famiglia. Non aveva premeditato nulla, ma lo aveva fatto. Theo Salieri quel giorno aveva ucciso, e aveva scoperto che era esaltante.
Edited by jedimaster - 19/12/2006, 01:23